giovedì 21/08/2014
 
 
 
 
 
SCRITTA IL 23-04-2012
GENOA-SIENA, IL CALCIO ITALIANO NON IMPARA MAI DAI SUOI ERRORI


La settimana passata era stata dura: la morte di Piermario Morosini, la serie A che si ferma, dimostrazioni di sensibilità. Eppure a Marassi, il calcio italiano ha ri-trovato immediatamente lo spunto per svelare il suo vero volto, quello di pochi violenti (tifosi?) che hanno avuto il potere di condizionare una partita, Genoa-Siena, tra bombe carta, minacce e imposizioni. Si è visto di tutto nel pomeriggio domenicale, una squadra, quella genoana, che sullo 0-3 è dovuta scendere a patti con un gruppo di facinorosi che d’improvviso hanno interrotto la gara perché non di loro gradimento, tenendo in ostaggio un intero stadio, tifosi, giocatori, presidente, forze dell’ordine.  Arrampicandosi sul tunnel che porta negli spogliatoi, hanno vietato l’uscita ai propri ‘beniamini’ ed intimato di togliersi maglia e pantaloncini perché poco degni, quindi smettere di giocare e chiedere scusa. A chi? A loro, che con violenza hanno deciso di interrompere una passione di molti e che tra autorità, polizia e agenti in borghese, hanno visto inchinarsi tutti al proprio volere.

Che poi sia stato Sculli, un giocatore, a mediare e permettere la ripresa della gara dopo un’eternità, è secondario, visto che ormai l’intero Genoa aveva tolto maglie ed ubbidito per paura – è una colpa? – alle minacce, e che anche il presidente Preziosi non sapeva cosa fare tra lo stupore generale di chi doveva mantenere l’ordine di un semplice evento sportivo. Il giorno dopo, al grido “basta delinquenti allo stadio”, sono molti a parlare. Peccato che ci si svegli sempre dopo che è stato permesso il fatto. Ed anche che di scene così il nostro calcio ne è pieno: il saluto a Morosini, la parte giusta dello sport, deve lasciar spazio a quella marcia, che può decidere in qualsiasi momento cosa fare con violenza e senza freni. Qualcuno lo permetterà, no?

Emanuele Blasi
 
 
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